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Oltre la class action: il caso FIFA e la legittimazione del potere regolatorio privato

Come il contenzioso collettivo sta ridefinendo non solo i confini normativi, ma la sostenibilità reputazionale delle autorità private globali

di Matteo Croce, PR Account Executive

La class action contro la FIFA non è soltanto una controversia sportiva. È un passaggio emblematico nella ridefinizione della legittimazione delle autorità regolatorie private nei mercati ad alta rilevanza economica.

Osservarla esclusivamente come un contenzioso risarcitorio significherebbe ridurne la portata. In realtà, il caso offre una chiave di lettura più ampia: come stanno evolvendo i limiti dell’autoregolamentazione privata quando potere economico, mobilità del lavoro e diritti fondamentali entrano in tensione.

L’azione collettiva avviata nei Paesi Bassi dalla fondazione Justice for Players, potenzialmente estesa a decine di migliaia di calciatori attivi nell’Unione Europea e nel Regno Unito dal 2002, trae origine dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Diarra. Una decisione che ha segnato un punto di discontinuità nel rapporto tra Lex Sportiva e diritto dell’Unione.

La CGUE ha ritenuto che alcune norme FIFA in materia di risoluzione contrattuale e trasferimenti internazionali violino principi fondamentali dell’ordinamento europeo, in particolare la libera circolazione dei lavoratori e le regole di concorrenza. Non è stata messa in discussione una singola disposizione, ma un impianto regolatorio fondato su:

  • criteri ampi e discrezionali nella determinazione delle compensazioni;
  • responsabilità automatica dei club che ingaggiano un calciatore;
  • sanzioni sportive e blocco dell’ITC come strumenti di enforcement.

Per oltre vent’anni il sistema dei trasferimenti ha operato come un regime verticalmente integrato, sorretto dall’autonomia regolatoria della FIFA. Il 2025 segna una frattura: quel modello viene ricondotto entro i limiti del diritto pubblico europeo.

Ma prima ancora che giuridica, la frattura è reputazionale. Un sistema che per anni ha funzionato come architettura normativa autosufficiente viene sottoposto a uno scrutinio pubblico che ne interroga proporzionalità, equilibrio e concentrazione di potere.

La risposta dell’ente regolatore, attraverso un Interim Regulatory Framework che ridefinisce la nozione di just cause, elimina la responsabilità automatica dei nuovi club e impone tempistiche certe per il rilascio dell’ITC, conferma che non si tratta di un aggiustamento marginale, ma di una ricalibrazione dell’architettura normativa.

La class action come leva di riequilibrio sistemico (e reputazionale)

In questo contesto, la class action non va letta solo come uno strumento risarcitorio. La sua funzione principale è quella di riequilibrare oltre ad un sistema normativo, il rapporto di fiducia tra regolatore e regolati.

La struttura stessa dell’azione lo dimostra. L’iniziativa è sostenuta da nove sindacati nazionali e può raggiungere tra 25.000 e 35.000 giocatori ed ex giocatori, con stime che parlano di un valore potenziale fino a 100 milioni di euro.

In un settore in cui oltre il 45% dei calciatori percepisce meno di 1.000 dollari al mese, la questione non riguarda soltanto l’élite del calcio internazionale, ma un’ampia fascia di lavoratori il cui potere negoziale è storicamente limitato.

Elemento non secondario è il ruolo del litigation funding: il finanziatore avrà diritto fino al 25% degli eventuali risarcimenti. Questo dato è un segnale di maturità del contenzioso collettivo europeo. Senza un’infrastruttura finanziaria adeguata, azioni di questa scala difficilmente potrebbero essere sostenute.

Nei mercati regolati, tuttavia, l’autonomia privata si regge su un capitale immateriale: la fiducia. Quando questa viene messa in discussione su scala collettiva e transnazionale, l’impatto supera il rischio economico del contenzioso e investe la credibilità dell’intero modello di governance.

La class action agisce quindi come leva di governance indiretta. Richiedendo il ristoro di un danno passato contribuisce a ridefinire i limiti futuri dell’autonomia regolatoria della FIFA e il rapporto tra regolazione privata e diritti fondamentali.

Impatti concreti e paradigma replicabile

Le conseguenze sono già visibili nel mercato: maggiore attenzione a clausole di liquidated damages, riduzione del potere deterrente delle sanzioni sportive, pressione sui modelli economici dei club tradizionalmente orientati alla valorizzazione e vendita dei calciatori, riequilibrio del potere negoziale nei contratti in prossimità della scadenza.

Il calcio si conferma così un laboratorio avanzato di ridefinizione degli standard di legittimazione per chi esercita potere regolatorio privato.

Il precedente va oltre lo sport. La tensione tra Lex Sportiva e Lex Publica è espressione di un fenomeno più ampio: la progressiva sottoposizione al controllo giurisdizionale europeo di soggetti privati che esercitano potere regolatorio con effetti economici sistemici.

Piattaforme digitali, organismi di standardizzazione, grandi associazioni professionali e federazioni internazionali condividono una dinamica comune: autonomia normativa ampia, ma non illimitata.

Il caso FIFA mostra che quando sono in gioco diritti fondamentali e libertà economiche, il contenzioso collettivo può diventare uno strumento di riequilibrio tra potere regolatorio e tutela dei soggetti regolati. Ma mostra anche qualcosa di ulteriore: che l’autonomia privata, per restare sostenibile, deve essere percepita come equa e proporzionata.

In questa prospettiva la class action contro FIFA segna il momento in cui l’autonomia regolatoria dello sport professionistico europeo è stata definitivamente ricondotta entro i confini del diritto dell’Unione e, insieme, entro quelli della sua sostenibilità reputazionale.