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Se i talenti cercano law firm sostenibili

Ne scrive il Financial Times, lo riporta Dealflower in questo articolo: la generazione Z, la nuova leva di trainee ed associate, non ambisce più ad entrare nelle grandi law firm globali. Le motivazioni? Tutte da ricercare nella mancanza di un buon bilanciamento tra vita privata – lavoro e incarichi che contrastano con l’etica personale.

È sempre più evidente come l’adesione reale ad un sistema di valori etici e ad una governance orientata ai criteri ESG, siano tra i fattori principali che guideranno al successo le organizzazioni – studi legali inclusi – nei prossimi anni.

I valori propri della GenZ ma anche della generazione precedente, quella dei Millennial (oggi 30-40 enni), si riflettono nelle scelte che compiono in qualità di consumatori e cittadini ma anche nei comportamenti e nelle scelte professionali.

E’ di questi giorni la notizia del nuovo fenomeno del climatequitting ovvero della decisione da parte dei talenti di abbandonare aziende il cui impatto sull’ambiente è negativo o non rispettoso di logiche più ampie di sostenibilità sociale. E così i talenti scelgono di cambiare vita e di optare per lavori che abbiano un impatto positivo sull’ambiente e sulle persone.

La locuzione climate quitting, pur essendo uno dei tanti neologismi destinati all’oblio nel giro di una stagione, racconta un fenomeno reale che forgerà la nostra società nel tempo: un modo diverso di intendere il proprio ruolo nel mondo del lavoro da parte delle nuove generazioni.

Gloria Ferrari in un interessante articolo su Linkiesta spiega: “Se fino a qualche tempo fa consultare i criteri ESG, quelle tre macro aree – Environmental (ambiente), Social (società) e Governance – che insieme al resto costituiscono lo scheletro di un’azienda, era una prerogativa per lo più di investitori intenti a decidere se finanziare o meno un determinato progetto, ora sono gli stessi lavoratori a interessarsene, per capire quanto quell’azienda sia vicina o lontana ai propri valori e ideali”. 

Non bastano più i proclami, quindi, le organizzazioni sono chiamate a diventare realmente sostenibili perché i pubblici, anche interni, sono molto più competenti e attenti rispetto al passato. Green Washing e Social Washing non solo non sono più tollerabili ma possono essere fonte di crisi reputazionali con conseguenze molto negative per le aziende. Comunicare la sostenibilità diventa quindi un fattore di rischio? Sì, se non gestito nel modo giusto e soprattutto se non ancorato alla verità dei fatti.

Da dove dovrebbero partire, quindi, gli studi legali, per dirsi sostenibili? Prima di tutto è necessario fare un’attenta analisi interna. Esistono società specializzate che supportano questo processo di trasformazione e aiutano a tracciare una strategia di lungo periodo. Solo con un progetto ben definito è possibile condividere, poi, con i pubblici, attraverso gli strumenti della comunicazione, il proprio apporto alla sostenibilità.

Il primo pubblico da coinvolgere è sicuramente quello interno: collaboratori, dipendenti e fornitori. Tutti devono sapere quali sono gli obiettivi e le modalità con le quali l’organizzazione vuole raggiungerli. Tutti devono sapere che stanno contribuendo agli obiettivi di sostenibilità dello Studio e a creare, per quanto possibile, un impatto positivo sull’ambiente, sui territori e sui diversi stakeholder.

Un racconto fatto di numeri ma soprattutto di percorsi, mete, piccoli e grandi passi: la costruzione di una cultura condivisa della sostenibilità attraverso la formazione e l’inclusione.

In questo contesto gli studi sono chiamati a riorganizzare non solo il loro sistema di valori ma le loro priorità, la loro governance e, verrebbe da dire, anche a scegliere da che parte stare. Tuttavia non sapremmo dirvi fino a che punto questo sarebbe lecito data la specificità del ruolo dell’avvocato. In questa sede sul punto non ci addentreremmo oltre e vi salutiamo con una clip divertente che racconta l’altra faccia della “reputazione” sociale della professione forense.

Buon lavoro!