Il caso Balogun non riguarda soltanto una decisione della FIFA. Rivela che, oltre una certa soglia di centralità, la reputazione continua a contare, ma non produce più le stesse conseguenze.
di Matteo Croce
Ci sono notizie che raccontano un fatto. Altre, molto più raramente, rivelano una regola.
Il caso Balogun appartiene alla seconda categoria. Non invita soltanto a discutere di una decisione della FIFA ma a interrogarsi su una questione molto più ampia: che cosa accade alla reputazione quando incontra un’organizzazione che occupa una posizione di centralità tale da rendere le sue crisi diverse da tutte le altre?
L’attaccante statunitense viene espulso durante Stati Uniti–Bosnia Erzegovina e dovrebbe saltare la partita successiva. La FIFA decide invece di sospendere l’esecuzione della squalifica, consentendogli di scendere in campo contro il Belgio. Pochi giorni dopo Donald Trump dichiara pubblicamente di essere intervenuto presso l’amico Gianni Infantino e ringrazia la federazione per aver corretto quella che definisce un’ingiustizia.
Il dibattito si concentra immediatamente sulla legittimità della decisione. La FIFA ha davvero subito una pressione politica? Il regolamento consentiva un’interpretazione di quel tipo? È possibile che un leader politico abbia inciso sull’esito di un procedimento disciplinare?
Sono domande inevitabili. Ma non sono le più interessanti.
Dal punto di vista della reputazione, il problema non consiste tanto nello stabilire se una decisione sia formalmente corretta, quanto nel comprendere quali interpretazioni renda plausibili. Il diritto vive di prove; la reputazione vive di percezioni credibili. Una decisione controversa non viene giudicata soltanto per ciò che produce, ma per ciò che suggerisce riguardo all’identità, ai criteri e alle priorità di chi l’ha assunta.
Per questa ragione il vero interrogativo non è se la FIFA potesse sospendere quella squalifica. È chiedersi se la stessa interpretazione sarebbe stata disponibile anche per una federazione meno influente, per un Paese meno centrale o per un giocatore privo di un sostegno politico così autorevole.
Non occorre rispondere. Il danno reputazionale è già nella necessità di porre la domanda.
Sarebbe però un errore leggere questo episodio come l’ennesima controversia che coinvolge la FIFA. Negli ultimi anni la federazione internazionale è stata al centro di alcune delle crisi reputazionali più rilevanti dello sport mondiale: il Mondiale in Qatar, le accuse di sportwashing, l’assegnazione dell’edizione 2034 all’Arabia Saudita, la crescente prossimità con governi e leader politici. Eppure, osservando queste vicende nel loro insieme, emerge un dato difficilmente contestabile: nessuna ha finora compromesso la centralità della FIFA nel sistema, pur avendone deteriorato la credibilità presso una parte rilevante dei suoi stakeholder.
Il Mondiale continua a essere la competizione che gli Stati vogliono ospitare, gli sponsor finanziare, i broadcaster acquistare e miliardi di persone seguire. La federazione continua a occupare una posizione che nessun altro attore è oggi in grado di sostituire.
La spiegazione più immediata sarebbe sostenere che la FIFA attribuisca poca importanza alla propria reputazione. È una conclusione intuitiva, ma certamente sbagliata. Un’organizzazione che governa il principale evento sportivo del pianeta conosce perfettamente il valore della credibilità. Il punto, semmai, è che il costo reputazionale non incide con la stessa intensità su tutti gli stakeholder, né tutti gli stakeholder dispongono della stessa capacità di trasformare una perdita di fiducia in una perdita di potere.
La domanda, quindi, non è perché accetti di esporsi a critiche così intense. La domanda è un’altra: che cosa accade quando un’organizzazione ritiene che, in una determinata circostanza, altri asset abbiano un valore superiore?
È una distinzione che obbliga a ripensare il modo in cui siamo abituati a osservare la reputazione.
Da anni la descriviamo come un patrimonio da proteggere. È il lessico della comunicazione di crisi, della corporate governance e del risk management. La reputazione viene raccontata come un capitale fragile, costruito lentamente e da preservare con attenzione. Ma questa rappresentazione, pur essendo corretta, presuppone una condizione implicita: che tutte le organizzazioni rispondano agli stessi meccanismi reputazionali.
Forse non è così.
Il caso FIFA suggerisce un’ipotesi diversa. Oltre una certa soglia di centralità, la reputazione potrebbe smettere di essere soltanto un patrimonio da difendere e diventare anche un capitale da utilizzare. Non perché perda valore, ma perché entra in una logica di scambio.
Non sappiamo se questo scambio sia il risultato di una strategia deliberata o l’effetto di dinamiche più complesse. Ma non è necessario attribuire all’organizzazione un’intenzione per osservare il fenomeno: un costo reputazionale può concentrarsi presso stakeholder che, almeno nel breve periodo, non dispongono della forza necessaria per trasformarlo in una perdita di potere.
Se questa prospettiva è corretta, cambia anche la domanda che dovremmo porci. Non più perché alcune organizzazioni accettino rischi reputazionali, ma quando decidano che quei rischi rappresentino un investimento razionale.
È una differenza meno teorica di quanto sembri. Una piccola impresa, uno studio professionale o una società quotata possono difficilmente permettersi di consumare la propria reputazione senza compromettere il proprio futuro. Ma vale davvero lo stesso per una banca centrale, una grande piattaforma tecnologica, un’organizzazione internazionale o un’istituzione che occupa una posizione sistemicamente indispensabile?
Forse il privilegio delle organizzazioni più potenti non consiste nell’evitare le critiche. Consiste nel poter sopportare più a lungo la distanza tra le critiche e le loro conseguenze.
È qui che il caso Balogun smette definitivamente di parlare di calcio. Per anni abbiamo considerato la reputazione una delle principali fonti di potere e stabilità, questa vicenda suggerisce che il rapporto possa funzionare anche nel senso opposto: non perché la reputazione perda valore, ma perché il potere può modificarne il funzionamento.
Forse è questa la vera eredità di una vicenda destinata a scomparire rapidamente dalle pagine sportive. Non averci costretto a discutere ancora una volta dell’autonomia della FIFA, ma ad abbandonare un presupposto più profondo: che una perdita di credibilità si traduca necessariamente in una perdita di potere. Non sempre accade. Perché il danno reputazionale diventa una conseguenza di potere soltanto quando colpisce stakeholder capaci di renderla tale.
È questo il paradosso della reputazione.



